Descrizione
Il Museo Civico della Paglia di Signa ha accolto il maestro Antonio Manzi: pubblico numeroso ed emozione per l’incontro dedicato alla memoria dell’Italica Ars
Grande partecipazione ed emozione oggi pomeriggio al Museo Civico della Paglia di Signa per l’incontro con il maestro Antonio Manzi, ospite d’eccezione nell’ambito dell’esposizione “La Fabbrichina. Ceramiche e lavoro dell’Italica Ars nelle Signe”. La mostra, aperta il 10 gennaio scorso, espone i manufatti della collezione Mario Ganugi insieme alle opere dello stesso Manzi, in un percorso curato da Fabio Ganugi.
Un appuntamento molto partecipato, che ha trasformato il museo in un luogo di memoria viva, attraversato da racconti ed emozioni autentiche. Al centro dell’incontro, il legame profondo tra l’artista e l’Italica Ars, la storica manifattura signese che Manzi ha ricordato non come una semplice fabbrica, ma come una comunità umana capace di generare arte, dignità e futuro. Visibilmente commosso, il maestro ha affidato al pubblico una testimonianza intensa e lunga, segnata da gratitudine e consapevolezza, che ha reso ancora più chiaro il senso profondo della mostra. «Stasera ho avuto il desiderio di fare questo incontro speciale – ha detto – perché la mia partenza con la ceramica è stata importantissima. Tutto è iniziato all’Italica Ars. È stata una fabbrica fatta di uomini che mi hanno voluto bene».
Manzi ha ricordato con parole cariche di affetto la figura di Stelio Corsani, «un grande uomo di cultura e di fede», che scrisse il suo primo catalogo quando «i miei disegni sembravano mostri». «Era un angelo – ha aggiunto – faceva il bene in silenzio. Con il suo amore e il suo cuore lasciò poi la fabbrica ai dipendenti, che la rilevarono. Questo dice tutto». Il racconto è proseguito tornando al 1977, all’incontro decisivo con Ferrero Mercantelli e Mario Ganugi. «Avevo paura a realizzare le mie opere in ceramica – ha confessato il maestro – temevo che la materia non riuscisse a restituire il mio segno. Avevo una mia identità, una poetica che volevo proteggere. L’inizio fu umile ma quell’ospitalità fu fondamentale».
Da lì nacque un sodalizio lungo oltre trent’anni, fatto di migliaia di pezzi, sperimentazione, crescita reciproca. La ceramica, ha spiegato l’artista, gli ha permesso il colore, la forma, il tutto tondo, diventando un vero e proprio tirocinio con se stesso.
«La fabbrica non mi ha mai fatto pagare nulla, non mi ha mai chiesto nulla. Sono stati uomini meravigliosi. Tutti i soldi che prendevo dalla ceramica mi servivano per vivere, e poi per poter donare. Tutto questo grazie a una fabbrica fatta di uomini che mi hanno voluto bene».
Parole che hanno profondamente colpito il pubblico e che hanno restituito con forza il cuore della mostra: una storia di lavoro, cooperazione e creatività che ha segnato il territorio delle Signe e che oggi, grazie all’esposizione “La Fabbrichina”, é tornato a parlare al presente come patrimonio condiviso di memoria, umanità e bellezza.
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Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2026, 18:29